Antiparos 1960, la favola di Natale

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Urla, strepiti, risate, qua e là anche qualche insulto. Allegria spensierata, allo stato puro. Come solo una partita di calcio in spiaggia sa regalare.

Dieci ragazzi, tutti quanti di qua, dell’isola, di Antiparos (www.ilpinguinoviaggiatore.it/antiparos-anti-doto-allo-stress/). La mattina come il pomeriggio sempre in giro, tra piazze e spiagge, oppure al porto aspettando i papà che fanno i pescatori per poi correre tra la casa e la barca, le cassette e il ghiaccio dove tenere il pescato.

E poi si prende la bici, chi ce l’ha, e si corre a giocare a pallone a Sifneikò, in questa spiaggia, proprio dietro al paese, che guarda verso occidente, baciata anche dall’ultimo sole. Gli eroi da imitare sono i campioni dei quali si rincorrono di bocca in bocca le gesta perché la tv anche qua è appena arrivata e le partite in bianco e nero sono ombre che si muovono vaghe e il pallone è un puntino bianco ancora più vago. Si tifa soprattutto per l’Olympiacos che è la squadra del Pireo e allora qua nelle Cicladi si è tutti per i colori biancorossi. E quei pochi che tifosi biancorossi non sono, sono invece “prassini”, ovvero verdi, e quindi tifosi del Pao, il Panathinaikos, una delle squadre di Atene, che ha vinto l’ultimo campionato dopo sei anni di dominio assoluto dell’Olympiacos.

Anno di grazia 1960, piena estate, ma mica come oggi che lungo le vie della Chora sciamano centinaia di turisti. No, chi arriva fin qua per le vacanze è un avventuriero, che magari la scopre in barca a vela per godersi in beata solitudine le spiaggette dell’isola, altrimenti da raggiungere soltanto a piedi o facendo amicizia con i pescatori per avere un passaggio in barca. Oppure ancora a dorso d’asino.

Il campionato di calcio inizierà fra più di un mese e la scuola pure. Fa ancora caldo, tanto caldo, è bello giocare a piedi nudi in spiaggia.

Dai, passa sta palla, lancia a sinistra, cazzo, difendete, cosa aspettate, miaaaaa…

E il pallone viene scagliato lontano, ma dalla parte sbagliata, e finisce in mare. E i ragazzi allora sono tutti lì, quasi schierati sulla battigia schiena alla sabbia e faccia al mare. Mi tuffo o non mi tuffo? Ma Stephanos, 11 anni e 12 fratelli, il papà pescatore, non guarda il pallone, no, lui ha visto qualcosa che galleggia sull’acqua e lento lento si sta avvicinando a riva. Una bottiglia. Una bottiglia di vetro. Una bottiglia tappata. Una bottiglia che … ma … c’è dentro qualcosa. Cos’è?

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Charles Hostler è un colonnello americano. Oddìo, definirlo semplicemente così non gli rende affatto giustizia. Perché è sì un militare, ufficiale dell’Aeronautica, ma è anche un agente segreto, un diplomatico, uno scrittore, un educatore. E un mecenate. Nel 1944 era in servizio all’Oss, l’Office of Strategic Services, che è nient’altro che il papà della Cia, e in tale veste il 6 giugno, il D-Day, è in Normandia, in Francia. Per dire: sessant’anni dopo sarà lui a rappresentare i veterani USA alla consegna della Legione d’Onore francese dalle mani del presidente Chirac.

Poi, Charles Hostler nel 1945 è in Romania, sempre come ufficiale dell’Oss, mentre il Paese danubiano è appena finito sotto il governo comunista guidato da Petru Groza con l’appoggio delle truppe d’occupazione sovietiche. E allora Hostler, arrivato a Bucarest il 18 luglio, si attiva per cercare di salvare quanti più oppositori al regime possibile, diventando così il nemico numero 1 del ministro degli Interni rumeno Emil Bodnăraş, quello che il colonnello americano definirà “un vero criminale comunista”. E ci riesce, Hostler, nel suo intento. Accoglie nella sede diplomatica americana, presidiata all’esterno giorno e notte dagli agenti della Securitate e dai militari russi,  cinquanta rumeni. Ma come fare per metterli in salvo, farli uscire dal Paese? Il colonnello dell’Oss si inventa un suo personalissimo “cavallo di Troia”. Nasconde un rifugiato alla volta nei sacchi della posta diplomatica, caricandoli sul camion che li deve trasportare all’aeroporto e quindi sull’aereo che assicura il collegamento con la base americana più vicina, quella di Vienna. Sacchi che, per non destare sospetti, vengono trattati, appunto, come sacchi postali, senza troppa grazia, gettati anzi con violenza prima sul pianale del camion e poi nella pancia dell’aereo. Guai se i rumeni o i russi si accorgono di qualcosa o anche solo si fanno venire il minimo sospetto. Ma uno alla volta, chiusi in quei sacchi, dall’ambasciata escono cinque rifugiati alla settimana, per dieci settimane. Appunto, cinquanta persone in tutto. Tra loro anche un ex ministro, Costantin Vişoianu, che poi costituirà il governo rumeno in esilio.

Insomma, uno Schindler americano in Romania, per una vera e propria Hostler’s List.

In quel 1960, invece, Charles Hostler è diplomatico all’ambasciata USA a Beirut, in Libano. Dove, tra un incarico e l’altro, ha avuto anche il tempo di prendere un master all’Università americana, alla quale poi, così, per riconoscenza, ha donato lo Student Center, cinque edifici a uso degli studenti.

Ma è estate. Tempo di vacanza. E il diplomatico statunitense decide di concedersi una crociera nel Mediterraneo. Le giornate in barca trascorrono lente e il figlio Charles junior, 8 anni appena, sì, ammettiamolo, si annoia un bel po’. E allora assieme al padre si inventa un gioco: il messaggio nella bottiglia. Scrive un messaggio semplice semplice, “Il mio nome è Charles Hostler Jr.. Si prega di scrivermi presso l’ambasciata americana di Beirut”.

E lancia la bottiglia tra le onde.

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“Ragazzi, guardate. Una bottiglia, e dentro c’è qualcosa. Ma cosa è? Un foglio di carta, forse c’è scritto qualcosa”.

Stephanos non guarda più il pallone che fluttua tra le onde, non gliene frega niente. No, a lui interessa soltanto quella bottiglia e il suo magico contenuto. Prende la bottiglia, la apre. Tira fuori quel foglietto bianco, lo dispiega. Ma cosa diavolo c’è scritto? Non è greco, è proprio tutta un’altra lingua. Anzi, sono proprio tutte altre lettere, un altro alfabeto. Chi ci capisce qualcosa? C’è solo una persona sull’isola che può aiutarlo, pensa Stephanos, al quale ormai della partita a calcio non importa proprio più. E allora corre dal suo insegnante, il quale guarda bene il foglio e capisce subito che è scritto in inglese. E glielo traduce. “Il mio nome è Charles Hostler Jr.. Si prega di scrivermi presso l’ambasciata americana di Beirut”. Detto, fatto. Stephanos prende carta e penna: “Mi chiamo Stephanos Kalargiros, ho 11 anni e vivo nell’isola di Antiparos in Grecia, mio padre è un povero pescatore e ho 12 fratelli. Pane scuro, in estate nuoto nel mare e in inverno salgo sulle montagne. Mi piace il popolo americano, ti prego di portare i miei saluti alla tua mamma e al tuo papà”.

Busta, indirizzo, Ambasciata Americana di Beirut – Libano, francobollo e – invece di una bottiglia di vetro – l’ufficio postale dell’isola.

Chissà cosa succede?

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Succede che le poste fanno il loro dovere, proprio come l’hanno fatto le onde dell’Egeo. E il 24 agosto 1960 quella lettera partita da Antiparos è nel pacco della posta consegnata all’ambasciata americana di Beirut. Antiparos? Dove diavolo è Antiparos? Pare di vederlo, il colonnello Charles Hostler, che apre l’atlante sulla sua scrivania con Charles Jr. appollaiato al suo fianco, che allunga il collo per cercare sulla mappa quell’isolina piccola piccola, che poi l’enciclopedia dirà avere appena 606 abitanti distribuiti su una striscia di terra dalla forma vagamente a mezzaluna, lunga 11 km e larga al massimo 4,5 km per una superficie complessiva di 38 km². Dice anche, l’enciclopedia, che quest’isola un tempo si chiamava Oliaros e che è famosa per il suo castro veneziano, costruito a metà del 15.mo secolo quando Giovanni Loredano prese in moglie la nobildonna antipariana Maria Sommaripa. Ma è anche famosa Antiparos, per le grotte, visitate fra gli altri, il giorno di Natale del 1673, dal marchese de Nointel, ambasciatore francese presso l’Impero Ottomano, come da graffito tuttora leggibile a non troppi gradini dall’ingresso.

E allora Charles Jr. risponde a Stephanos e nuovamente Stephanos a Charles Jr.. Ma intanto Charles Sr. ha un pensiero che gli frulla per la testa. Quella prima lettera del piccolo greco, del figlio del pescatore di Antiparos, lo ha colpito. Ha deciso che vuole aiutare i bambini della piccola isoletta delle Cicladi, ma come fare?

Già, come fare? Certo, lui da solo può fare tanto ma non può fare tutto. E allora ecco l’idea. “Un appello attraverso la televisione”. Detto, fatto. Della vicenda parla il programma NBC’s Today Show, ed è un successo clamoroso. Da tutti gli Stati Uniti, ma anche da altre parti del mondo, piovono regali per bambini all’indirizzo dell’ambasciata americana di Beirut. E sembra quasi di vederli, gli addetti dell’ambasciata, che devono allestire un furgone per andare a ritirare la posta tutte le mattine perché la macchina di servizio non basta più e che poi immagazzinano il tutto sugli scaffali allestiti in una stanza dedicata nella cantina dell’ambasciata. E tutte le sere, vien da pensare, Charles Jr. segue Charles Sr. in una sorta di sopralluogo. Cercando di capire come diavolo consegnare tutti ‘sti regali ai bambini di Antiparos.

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“Agapitè àghios Vasìli”, “Amato san Basilio”. Iniziano tutte così le letterine di Natale dei bambini greci. Non indirizzate a Babbo Natale ma, appunto, a san Basilio. Natale si sta avvicinando e anche qua, anche nelle isole delle Cicladi, i bambini affidano alle letterine sogni e desideri.

Ad Antiparos, però, questo Natale 1960 sarà davvero un Natale speciale, Con un Babbo Natale – pardòn, un àghios Vasìli – davvero speciale. Che si chiama Charles. Charles Hostler. Il quale dispone di una renna altrettanto speciale.

Il 13 dicembre è il giorno di santa Lucia, la santa che, secondo la tradizione veneziana, ancora oggi, proprio in quel giorno, porta i regali ai bambini. E Antiparos è stata a lungo veneziana, dal 1207 al 1537. Insomma, poco importa se non è ancora Natale. Perché proprio il 13 dicembre, il 13 dicembre 1960, un idrovolante dell’Aeronautica militare degli Stati Uniti prende il volo dalla costa libanese per andare ad atterrare davanti al porticciolo della Chora di Antiparos. A bordo mille libbre di giocattoli e doni per i bambini dell’isola, qualcosa come quasi 450 chilogrammi di affetto e simpatia. Ma a bordo anche, per consegnare direttamente quel carico così natalizio, mr Charles e suo figlio, che può correre ad abbracciare Stephanos, il suo amico di penna.

C’è praticamente tutta l’isola quel giorno ad accogliere l’idrovolante-Rudy. Una folla mai vista da queste parti tutta in una volta.  Ma per il col. Hostler Sr. e per Hostler Jr. c’è anche un altro modo di dire grazie da parte degli isolani: le autorità offrono loro la Cittadinanza onoraria delle Cicladi. E non solo: il colonnello Charles Sr. l’anno successivo sarà insignito del “Reale Ordine della Fenice” con il grado di Gran Comandante per la collaborazione e l’assistenza offerta alla comunità di Antiparos.

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Cittadini onorari. Come fare per onorare il loro essere cittadini? Comprare un terreno sull’isola, proprio davanti alla spiaggia di Sifneikò. Ricordate? Fu proprio lì, a Sifneikò che Stephanos trovò la bottiglia con il messaggio scritto da Charles Jr.. E proprio lì, alle spalle della Chora, il colonnello Hostler ha in mente di costruirsi una casa. Con una vista assolutamente da favola, affacciata su tramonti altrettanto da favola.

Ma non sempre le cose vanno come si sogna.

Il colonnello Hostler non sarà più colonnello, lascia l’Aeronautica degli Stati Uniti e anche la Cia dopo aver servito muovendosi tra Romania, Turchia, Libano, Siria, Giordania, Cipro per tornare quindi a Washington prima di passare a Ginevra e Parigi e tornare ancora una volta a Beirut, non a caso, vista la posizione della capitale libanese e il suo ruolo, strategici entrambi nel grande gioco internazionale degli 007 di tutto il mondo. Ma c’è dell’altro che attende Charles Hostler: è il 1989 quando il presidente Bush (senior) lo nomina ambasciatore in Bahrain. Ed è il 1990 quando si scatena la Guerra del Golfo e lui è ancora una volta in prima linea. Anche se questa volta con un ruolo diplomatico, non più militare ma pur sempre di intelligence. Ai massimi livelli.

Nel 1993 termina il mandato diplomatico e l’ambasciatore Charles Hostler ha deciso. Torna negli States, torna a San Diego, in California, e poi si stabilirà lì di fronte, a Coronado, assieme a Chin-Yeh, la donna che ha sposato da poco. Scrive anche un libro di memorie che uscirà nel 2003: “A Memoir Odyssey – Da soldato ad ambasciatore, dallo sbarco in Normandia al Golfo Persico”.

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Sono passati più di trent’anni da quando la famiglia Hostler scoprì che nel cuore delle Cicladi c’era un isolina piccola piccola chiamata Antiparos. Doveva, poteva essere il ritiro del vecchio colonnello per gli anni della pensione. E invece niente. E allora lui decide: quel terreno che ha acquistato affacciato sulla spiaggia di Sifneikò lo regala alla comunità di Antiparos. E anzi, ancora una volta il suo pensiero corre ai bambini: dovrà diventare un’area giochi. E così sarà.

L’appuntamento è fissato per l’8 maggio 2007. Chissà con quanta commozione negli occhi Hostler padre e Hostler figlio rimettono piede ad Antiparos. La cerimonia che li attende è carica di emozione. Ci sono anche il ministro greco per gli Interni e l’ambasciatore statunitense ad Atene. “Questa terra viene offerta alla comunità di Antiparos per essere conservata per sempre per il bene della nostra gioventù” c’è scritto su una targa che rievoca l’intera storia.

-NOTA DELL’AUTORE-

Quanto è raccontato in queste righe – una vera e propria favola di Natale, che è bellissimo sia ambientata nel Mediterraneo, il mare della speranza – è davvero avvenuto. I nomi sono quelli reali dei protagonisti, i luoghi anche, le date pure. L’unica licenza è stata quella di immaginare che Stephanos Kalargiros fosse su quella spiaggia per giocare a pallone con gli amici. Forse, a Sifneikò, era andato semplicemente a farsi una nuotata. Ma quella bottiglia sì, poi l’ha proprio trovata. Così come straordinariamente vero è tutto quello che è accaduto dopo.

 (Guido Barella)

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