Spumante e slivovitz con le stellette

Una bottiglia di spumante e un panettone. Apoggiati là, su un masso. Non occorrevano biglietti nè spiegazioni, anche perché poi in che lingua si sarebbero potuti scrivere? Il giorno dopo, sicuro, non c’erano più. E al loro posto compariva una bottiglia di slivovitz.

Eccoli qua i Natali sul Sabotino. Eccoli qua i Natali di guardia su questo cuneo d’Italia che s’arrampica verso la vetta, conficcato dentro il territorio jugoslavo. A quota 582 la casermetta italiana. Più sopra (e più in parte) quella jugoslava. L’una presidiata dai fanti, l’altra dai graniciari. Ragazzi che scoprivano all’improvviso cosa la guerra era stata e cosa significava l’espressione “guerra fredda”. Pattuglie italiane da una parte, pattuglie jugoslave dall’altra. Tutti ragazzi provenienti dal Sud (campani, calabresi, siciliani gli italiani; macedoni, serbi, kosovari gli jugoslavi) destinati a incontrarsi quassù. Domandandosi, forse, perché. Poi, a Natale o alle feste comandate anche il clima della guerra fredda si stemperava. Spumante per i graniciari, slivovitz per i fanti. Sempre? Beh, non proprio. Si scava nella memoria, l’anno non lo si trova proprio, ma l’episodio sì. Racconta un tenente di ieri, comandante, allora, della guarnigione italiana sul Sabotino. “Alla vigilia delle feste saliva da noi, accompagnata con un Leoncino Om, l’anziana vedova di un ufficiale morto lassù nella Prima guerra mondiale. Era il suo modo di onorarne la memoria, ci portava bottiglie di spumante, il panettone a Natale e la colomba a Pasqua. Un anno, i soldati mi chiesero il permesso di offrire qualche dono ai graniciari, di lasciarglielo vicino al filo spinato. ’Fate voi’ dissi loro. E due militari partirono con un pacco di colombe e bottiglie. Dopo tre minuti scattò l’allarme. Lungo il filo spinato ritrovai schierata tutta la guarnigione jugoslava con tanto di ufficiali. ’Non accettiamo elemosina, capisci quello che dico?’ mi apostrofò l’ufficiale dei graniciari. Gli risposi: ’Vaffanculo! Capisci quello che dico?’”.

Due ore di guardia, quattro ore di riposo. Avanti così, per sette giorni. Qualche volta per due settimane di seguito. A far compagnia ai soldati italiani, però, a un certo punto arrivò una cagnolina. Una bastardina, tanto piccolina quanto simpatica. E ben addestrata: quando vedeva una divisa italiana faceva le feste, quando all’orizzonte si profilava un graniciaro ringhiava furiosa. Loro, i fanti, l’avevano battezzata, absit iniuria verbis (meglio: verbo), ‘Tita’. E le sue vittime erano soprattutto i cani al guinzaglio dei graniciari nei pattugliamenti, pastori tedeschi e dobermann capaci letteralmente di impazzire in certi periodi dell’anno annusando le tracce lasciate dalla cagnolina in grigioverde.

Due ore di guardia, quattro ore di riposo. Quei militari che erano studenti universitari ne approfittavano per prendere in mano i libri. Ma gli altri? Già, c’era il problema di tenere occupati i ragazzi. Allora, anche per tenerli calmi di fronte alle piccole provocazioni quotidiane del ’nemico’, come quei sassi lanciati contro i vetri della casermetta o il filo spinato spostato di pochi centimetri per guadagnare territorio alla Jugoslavia, ecco che un altro tenente decise che bisognava fare qualcosa. Cosa? “Beh, ad esempio realizzare la scritta ’W l’Italia’, rifacimento di un’analoga scritta che era più in basso”. L’originale stava sul pendio tra il sesto e il settimo tornante della strada militare che si inerpica fino alla casermetta. Era la risposta al ’Nas Tito’ realizzato in territorio jugoslavo. In realtà, anche il ’Nas Tito’ non nacque lì dove di tanto in tanto tuttora riemerge dalle nebbie del passato. No, inizialmente c’era scritto solo ’Tito’ e si trovava su una porzione di terreno che dopo Osimo si sarebbe ritrovata in territorio italiano. “Un giorno – ricorda il tenente che guidò l’operazione – vedemmo gran movimento di camion dell’esercito jugoslavo giù, nella valle dell’Isonzo, camion che poi salivano su sul Sabotino. Dopo pochi giorni comparve la scritta ’Tito’”. Si era a cavallo tra la fine degli anni Cinquanta e i primissimi anni Sessanta. E il comando italiano non poteva sopportare l’oltraggio di quella scritta, ’Tito’, rimanendo inerte. E così un giorno arrivò alla casermetta del Sabotino un carico speciale: tubi al neon colorati, fili elettrici, cacciaviti… L’Italia aveva deciso: rispondeva alla provocazione con una luce tricolore che avrebbe illuminato la notte sul versante della montagna. “Era molto più piccola di quella che c’è ancora oggi – ricorda il tenente di allora -. Dunque, i soldati lavorano appena sotto la casermetta per una giornata intera e alla sera siamo pronti. E’ il momento di accendere il tricolore. Si schiaccia l’interruttore e dopo nemmeno tre secondi suona il telefono alla casermetta. Da Gorizia chiama un ufficiale: ’Ma non l’avete mai vista la bandiera italiana?’ mi urla bestemmiando nella cornetta. Già, lavorando con le spalle alla vetta della montagna, avevamo montato i tubi colorati al contrario. Per noi, dalla casermetta erano giusti, ma da valle, si vedevano nell’ordine rosso, bianco e verde”.

Due ore di guardia, quattro di riposo. E a rompere la monotonia qualche automobilista che di tanto in tanto chissà come riusciva comunque a salire quassù (e gli si concedeva di fare manovra davanti alla casermetta) e le visite delle autorità. Militari e civili. Si arrampicavano con le Fiat di servizio. E una volta lassù si affacciavano fino ai cippi più alti. Per ammirare il panorama, splendido. Ma, appunto, scortati dai soldati di guardia, stando ben attenti a non mettere il piede ’di là’.

Due ore di guardia, quattro di riposo. La guerra fredda vissuta da quassù era fatta così. Guardando di traverso il ’nemico’ di là del filo spinato, della ‘concertina’ come la chiamano i militari. Tenendo in efficienza i quattro punti di fuoco che avrebbero dovuto difendere la postazione in caso di attacco nemico. Imbracciando i Garand a ogni movimento sospetto. Soldati addestratissimi, che se salivano sul Sabotino era perché erano ormai al termine della leva e su di loro si poteva contare. Anche se poi… Anche se poi capitò pure – primi anni Sessanta – che la crisi si sfiorò davvero perché un fante ebbe la bella idea di sparare a una lepre. “Beh, saltò fuori tutto l’esercito federale jugoslavo…” ricorda l’ex comandante della guarnigione. Episodi isolati, però. Perché in realtà poi i soldati trovavano anche il modo di incontrarsi. Magari per scambiarsi le mostrine della divisa da esibire poi al paese con orgoglio (“vedevo che giravano in camerata stelle rosse e altri fregi jugoslavi: facile immaginare da dove provenissero” ricorda un ufficiale), perfino per giocare a carte. “Sì, è accaduto anche questo – aggiunge lo stesso tenente di allora -: un giorno ho trovato due dei nostri ragazzi seduti sul prato assieme a due graniciari, i fucili gettati sull’erba in parte. Stavano giocando a carte. Ancora adesso mi domando in che lingua si fossero spiegati le regole…”

La casermetta dei graniciari è abbandonata da quando la Jugoslavia non esiste più. Quella dei fanti dal 1993. Ormai non c’era più nulla da difendere. Ormai non c’era più nessuno nemico da fronteggiare. La casermetta dei graniciari (anzi: due casermette, due edifici lunghi e stretti) adesso è una okrepcevalnica, un buffet, un posto di ristoro: ci sono le panche e i tavoli in legno, sulla porta c’è la pubblicità di una birra e l’adesivo del Cai. E’ rimasta solo la garitta all’ingresso. Poi, da lì, ci si inerpica lungo il sentiero che corre in uno slalom tra i cippi di confine sulla cresta della montagna tra le trincee della Grande Guerra. Sotto, attorno alla (ex) casermetta italiana erano rimasti barattoli incrostati dalla ruggine, resti di razione kappa, contenitori in moplen, cocci di piatti con la sigla in azzurro EI…

di Guido Barella

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