Alla scoperta della scoperta dell’America: i luoghi di Cristoforo Colombo

Le tre caravelle? Non erano affatto tre ma due (più una vera e propria nave), e nemmeno si chiamavano Niña, Pinta e Santa Maria. Palos de la Frontera? Non è sul mare, né lo è mai è stata, ma non è più nemmeno sul fiume per cui quello che un dì ormai lontano fu l’imbarcadero affacciato sulle placide acque del Rio Tinto oggi guarda in faccia ad assai meno romantiche (ma probabilmente molto più redditizie) coltivazioni di fragole…

Delusioni? No, curiosità, alcune delle curiosità che si scoprono in quelli che sono (stati) i luoghi di quel grande navigatore che per noi italiani è Cristoforo Colombo e che per gli spagnoli invece è Cristobal Colòn. Palos de la Frontera, appunto, la vicina Moguer (appena appena verso l’interno risalendo il Rio Tinto, un tempo anch’essa porto fluviale), e poi, scendendo verso l’Oceano, il monastero de La Rábida e la Punta del Seba. Siamo in Andalusia, in provincia di Huelva (anzi, siamo a pochi chilometri da Huelva, nel suo immediato retroterra), siamo in quelli che sono noti come i “Lugares Colombinos”, i “Luoghi di Colombo”. Visitarli significa fare un ampio ripasso di pagine fondamentali della storia e scoprire anche, come si è visto, più di qualche curiosità.

E allora proviamo a ricordare quanto avvenne nella seconda metà del XV secolo, in uno slalom tra storia e geografia, tra ricordi e turismo.

Dunque, Cristoforo Colombo. Il navigatore, nato a Genova attorno al 1451, figlio di un mercante di stoffe, navigatore fin dalla tenera età, si sposa in Portogallo. Ed è lì che gli viene la grande idea: raggiungere le Indie (oggi diremmo l’Asia) navigando sempre verso Occidente. Non sa che in mezzo c’è il continente americano e, pur avendolo scoperto, in realtà non lo saprà mai: fino alla morte rimane convinto che i Caraibi nei quali lui è sbarcato siano il limite orientale dell’Asia. Ma questa, l’ennesima curiosità che si incontra sfogliando le pagine di questa vicenda, è un’altra storia. Torniamo a Colombo: siamo nel 1483, in Portogallo, dove quattro anni prima si è sposato con Felipa, e chiede al re João III di finanziare la sua missione. Invano: contro di lui si pronunciano i matematici di corte. Nel frattempo però conosce l’abate Juan Pérez, già confessore della regina Isabella di Spagna ed è questa la sua fortuna: l’abate sarebbe stato la chiave per entrare nel cuore dei reali di Spagna (e soprattutto per arrivare al loro portafoglio) ma anche per trovare il sostegno necessario tra i marinai di Palos de la Frontera e di Moguer. Sì, perché l’abate vive al monastero francescano de La Rábida. E allora Colombo, già vedovo, lascia con il figlio Diego il Portogallo e si trasferisce qua, a La Rábida. Siamo nel 1484. In questo “monasterio” Colombo si ritira a studiare le carte nautiche, in questo “monasterio” passa giorni e giorni a discutere con padre Antonio de Marchena, specialista in astrologia e cosmologia, del proprio progetto, in questo “monasterio” attende anni e anni (quasi sette, alla fine) il “sì” della corte di Spagna, in questo “monasterio” conduce le trattative con i comandanti di Palos per reperire barche e marinai utili all’impresa.

Immerso in una pineta a 3 chilometri appena da Palos de la Frontera (e a 10 km da Huelva), su una strada bordata di segnali con ceramiche raffiguranti tutti i paesi del Nuovo mondo, il monastero de La Rábida (dal martedì al sabato visite ogni ora dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 18.15, domenica e festivi dalle 10.45 alle 13 e dalle 16 alle 19, chiuso il lunedì; ingresso 3 euro, audioguida 1,50 euro non in italiano, consigliata davvero; sito internet www.monasteriodelarabida.com) è tutt’oggi una tra le mete più importanti dell’intera regione. E’ stato costruito nel XIV secolo nel sito sul quale i fenici eressero un’ara sacrificale, i romani un tempio dedicato a Proserpina e i musulmani una moschea-fortezza, una “rápita” (da cui il nome attuale), e ha conservato nelle sue linee quello stile mudejar che in queste terre ha fatto da trait d’union tra dominazione araba e riconquista cattolica diventando nel 1856 monumento nazionale. Certo, il punto più suggestivo del convento è la piccola e spoglia cella nella quale Colombo discuteva con padre de Marchena i dettagli del suo progetto, cella ora ribattezzata “Portal de Belén de América”. E di grande fascino è anche – al primo piano – la sala Capitular, dove nello studio del viaggio si aggiungevano padre Pérez e i fratelli Pinzòn, i comandanti di Palos che avrebbero affiancato il navigatore genovese nell’avventura alla scoperta di quella che doveva essere la nuova via delle Indie. Ma fa effetto pure, per tornare al piano terra, il refettorio, con i suoi cinque tavolo di legno: è lì che, con i frati, mangiava Colombo.

La visita al monastero comprende poi due chiostri carichi di ispirazione: il primo, quello colmo di piante, tutto bianco, era per i marinai e per chi si voleva salvare dalle incursioni dei pirati; il secondo, mudejar, è davvero bello con gli archi in mattoni, ed è il chiostro dove passeggiava Colombo. C’è poi la chiesa, con affreschi del V secolo: in una cappella si ammira la statua in alabastro della Vergine con il Bambino, in stile gotico-pirenaico (XIII secolo), davanti alla quale Colombo si ritirava in preghiera  (ancora oggi è la patrona di Palos: ogni agosto viene portata in città per le feste religiose). Ma qui sono raccolte anche le spoglie mortali di uno dei fratelli Pinzòn, Martìn Alonso, il comandante della Pinta.

Altre cose da vedere: i modellini delle tre “caravelle”, le mappe e gli affreschi dedicati a Colombo realizzati attorno al 1930 da Daniel Vázquez Díaz. In una sala è poi possibile ammirare il documento fornito dai Re Cattolici a Cristoforo Colombo di incarico del viaggio, una sorta di lasciapassare. E infine suggestiva anche la sala delle bandiere, dove sono esposte le bandiere dei Paesi centro e sudamericani con un mucchietto della propria terra donato da ciascuno di essi.

Il convento è piccolo, e in alta stagione non devono mancare i bar. Tra l’altro, il Pinguino ha letto che in estate c’è un trenino turistico che collega La Ràbida a Palos.

Ma torniamo alla storia. Allora, è qui, in questo monastero che Colombo mette a punto l’organizzazione del viaggio, ma soprattutto è qui che, grazie ai frati, viene cucito il lavoro diplomatico per ottenere il placet da parte di Ferdinando e Isabella. La svolta avviene nel 1492, subito dopo la presa di Granada, che segna di fatto la fine della vittoriosa Reconquista. E il contributo di Palos e Moguer alla realizzazione della piccola flotta di Colombo e alla costituzione dell’equipaggio è il modo con cui le due comunità onorano un tributo dovuto ai reali.

La flotta, dunque. La Santa Maria era l’ammiraglia e, appunto, non era una caravella, ma una nave, simile alle caracche veneziane, costruita in Galizia, e il suo vero nome, dettato proprio dalle origini, era “La Gallega“ mentre i suoi marinai la chiamavano “Marigalante” (in alcuni testi poi viene citata come la “Capitana” o semplicemente la “Nao”, la “Nave”). Era comandata dal suo proprietario, Juan de la Cosa, originario di El Puerto de Santa Maria (in provincia di Cadice), e il nome con la quale la nave è universalmente nota potrebbe derivare proprio dalla cittadina andalusa, tra l’altro una delle patrie dello sherry. Ha avuto, va aggiunto subito, una fine tanto prematura quanto tragica: nella notte di Natale del 1492, una notte calmissima, mentre tutto l’equipaggio dormiva e in plancia era rimasto solo un giovane mozzo, si incaglia nella barriera corallina di Haiti: il suo relitto è stato ritrovato solo nel 1968. Erano invece due caravelle la Niña e la Pinta: la prima era stata originariamente battezzata come Santa Clara, in onore alla patrona di Moguer nei cui cantieri era stata costruita, e secondo alcune fonti il nome con il quale è universalmente nota deriva dal suo proprietario, Juan Niño, mentre la Pinta (“dipinta”) deve il suo nomignolo dai colori vivaci con i quali, appunto, era stata decorata. E’ da questa caravella che Rodrigo de Triana avvista per primo le coste del continente americano. Il comando delle due caravelle era affidato a due fratelli originari di Palos, Vicente Yáñez Pinzón era sulla Niña (la preferita da Colombo, sulla quale per il viaggio di ritorno accolse i naufraghi della Santa Maria) e Martín Alonso invece sulla Pinta. Furono loro, i fratelli Pinzón, a scegliere l’equipaggio (in tutto 90 uomini: sulla Niña il timoniere era un terzo fratello, Francisco) ed ebbero un ruolo fondamentale nella spedizione. La Santa Maria, si è detto, ebbe vita breve mentre sulle fine delle due caravelle non si sa molto in realtà. Oggi però si possono osservare le copie delle tre navi della spedizione al Molo delle Caravelle (“Muelle de las Carabelas”), a poche centinaia di metri dal monastero de la Rabida sulla foce del Rio Tinto, inaugurato nel 1992 in occasione del quinto centenario della scoperta dell’America (apertura da ottobre a maggio dal martedì alla domenica dalle 10 alle 19 , e da giugno a settembre dal martedì al venerdì dalle 10 alle 14 e dalle 17 alle 21, sabato domenica e festivi dalle 11 alle 21, ingresso 3 euro; all’incrocio da La Ràbida si scende sulla destra e si arriva). Qua, è anche possibile salire a bordo delle tre navi e rimanere colpiti dalle loro dimensioni, tutto sommato molto piccole se rapportate all’impresa di cui furono protagoniste. Per rendere più realistico il quadro, gli allestitori hanno anche inserito nel quadro alcuni manichini che raffigurano sia membri dell’equipaggio, sia i nativi americani: l’effetto è un po’ così, ma vabbè… Non manca anche uno spazio espositivo nel quale particolarmente interessanti sono le riproduzioni di antichi documenti relativi al celebre viaggio oltre a un atlante forse disegnato dallo stesso Colombo nel quale ovviamente manca un continente: si sa, il grande navigatore fino alla morte rimase convinto di aver “semplicemente” aperto una nuova via di accesso alle coste orientali dell’Asia. Certo, forse il posto potrebbe essere più curato e ordinato, ma ….bisogna andarci!

E ora riallacciamo i nodi tra storia e geografia: studiato il viaggio a tavolino al monastero de la Rabida, scelte le navi, scelti gli equipaggi, Colombo salpa da Palos de la Frontera il 3 agosto 1492 (e ogni 3 agosto qui è grande festa!). Palos de la Frontera (www.palosfrontera.com) è oggi un placido paesone andaluso che sembra aver perso completamente la propria vocazione marinara e che soprattutto sembra non sfruttare affatto l’essere stato la culla della spedizione che portò alla scoperta dell’America. Eppure un viaggio nei “Lugares Colombinos” non può non avere proprio qua il proprio cuore. Detto che nella piazza del municipio è stata eretta una statua in onore di Martín Alonso Pinzón, lungo la strada principale (al 24 di calle Colón) si trova ancora (un po’ a fatica in verità, anche perché di numeri 24 lungo la via ce ne sono ben 2! Quello giusto è – dovrebbe essere – il secondo arrivando dal municipio e diretti alla chiesa anche perché fuori non c’è – non c’era alla visita del Pinguino – alcuna tabella) casa Pinzón (oggi museo, dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 14 e dalle 17 alle 21, ingresso libero: il Pinguino vi è capitato di domenica e quindi l’ha trovato bellamente chiuso e dunque non vi può dire se vale la pena visitarla: ha comunque letto che ospita interessanti ricostruzioni della vita quotidiana nel borgo nel XV/XVI secolo). Proseguendo su Calle Colòn fino al suo termine, a sinistra, troverete la chiesa di San Jorge, del 1473: sul fianco sinistro la puerta de los Novios conduce all’interno, dove all’altare maggiore si trova tra l’altro la statua in alabastro de Nuestra Señora de los Milagros, venerata da Colombo. Osservare poi il pulpito in ferro battuto significa ricordare che da quel punto venne letto alla città di Palos l’editto con il quale si ordinava di fornire navi, uomini e provviste a Cristoforo Colombo per il viaggio. (Una curiosità: il campanile e l’intero tetto sono la “casa” di una comunità di simpatiche cicogne…) Poi, nella piazza della chiesa, il monumento che riporta i nomi dei marinai di Palos che parteciparono all’avventura transoceanica.
Ma il luogo di maggior suggestione è, dietro la chiesa, quello che un tempo era il molo affacciato sul Rio Tinto e che oggi invece guarda le fiorenti coltivazioni di fragole che ne hanno preso il posto: azulejos colorati (e un po’ malridotti sebbene siano stati posti lì solo nel 1992, nel quinto centenario della scoperta del Nuovo mondo) ricordano l’evento dell’estate del 1492. A pochi passi anche la Fontanilla, la fontana del XIII secolo dove gli equipaggi fecero rifornimento di acqua al momento della partenza, oggi immersa in un grande giardino (peraltro affatto segnalato): la si raggiunge scendendo una scalinata sulla destra.

E visto che si parla dei marinai dell’equipaggio non si può non fare un riferimento a Moguer (www.aytomoguer.es), vivace e graziosissima cittadina: almeno un terzo di loro (oltre alla caravella La Niña) veniva proprio da qua, da questo paesone a 7 chilometri da Palos, rispetto al quale si presenta molto più grazioso con le sue case tutte intonacate di bianco e ben più vivace. Nel convento di Santa Clara (costruito nel 1348 e monumento nazionale dal 1931, si affaccia su una ampia piazza, www.monasteriodesantaclara.com) Cristoforo Colombo si recava spesso, anzi fu proprio qua che trascorse la notte dopo il ritorno – avvenuto il 15 marzo 1493 – in raccoglimento e preghiera: la struttura del convento, in stile mudejar, servì poi da modello per la costruzione dei nuovi conventi nel continente americano. Le visite guidate vengono effettuate dal martedì al sabato alle 11, 12, 13, 17, 18 e 19 (chiuso lunedì, domenica e festivi), ingresso 1,80 euro. Moguer è poi la patria di Juan Ramón Jiménez, premio Nobel per la letteratura nel 1956: la sua casa natale (nella calle omonima) è visitabile con la guida (ogni ora alle 10 alle 14 e dalle 17 alle 20, chiuso la domenica, il lunedì e i giorni festivi, ingresso 1,80 euro). Ma soprattutto lungo le vie sono affissi i versi che rappresentano, come dire, la personale visione del paese da parte del poeta, versi tratti dall’opera “Platero y yo” (e Platero è l’asinello di Jiménez). Moguer è anche molto orgogliosa della propria parrocchiale, eretta nel XVIII secolo e dedicata a Santa Maria de la Granada, e soprattutto del campanile, copia della Giralda di Siviglia. E non mancano i resti del vecchio castello, ovvero la nuda cinta muraria. Se poi avete fame, non potete non fare una sosta alla meson “El Lobito”, in calle La Rabida 31 (chiuso il mercoledì, www.mesonellobito.com), a un paio di isolati dalla centralissima piazza Cabildo, un simpaticissimo locale che è una vecchia cantina con le botti accatastate ovunque, con i tavoloni di legno ai quali vengono servite straordinarie carni cucinate alla griglia-camino che si trova in un angolo. Assaggiate il pane, tondo, è una specialità: viene inserito in una specie di “griglia”, tostato nella griglia-camino, e gli viene strofinato l’aglio con l’aggiunta dell’olio. Da leccarsi baffi e dita! Se siete da queste parti, è assolutamente da provare anche per il clima di festa paesana andalusa che si respira.

Per “salutare” i luoghi di Colombo, infine, si deve andare verso Huelva, superare il ponte alla Punta del Sebo, alla confluenza tra il Rio Tinto e l’Odiel, dove si trova l’imponente (è alto 37 metri!) monumento a Cristoforo Colombo, realizzato da Gertrud Vanderbilt Whitney, donato alla Spagna dagli Stati Uniti nel 1929.

A una ventina di chilometri da Palos, verso l’interno, si trova poi la cittadina di Niebla (www.aytoniebla.es). Non rientra tra i “Lugares Colombinos”, però merita assolutamente una sosta. Già, perché il nucleo storico del paese è circondato da due chilometri di mura imponenti di epoca islamica, con 50 torri e cinque porte: una testimonianza medievale splendidamente conservata. E’ assolutamente delizioso passeggiare lungo il paseo all’ombra delle mura, profumato dagli alberi di arance, così come – all’interno del centro storico – fermarsi nella piazzetta della chiesa di San Martin, della quale sono sopravvissuti il solo portale d’ingresso e poi l’abside con il campanile: nient’altro! La parrocchiale di Santa Maria de la Granada (una chiesa semplice semplice ma molto accogliente) invece si  affaccia su una tipica piazzetta andalusa, con i suoi alberi di arance. Lì, in quella piazzetta, anche quello che oggi è il Centro culturale, un tempo l’hospital, con una torretta campanaria bruttina, ridicolmente moderna. Passeggiare nel centro storico del paese tra le due chiese significa percorrere vie sulle quali si affacciano le antiche case, in mattone o intonacate di bianco, protette da splendide inferriate (se non avete tempo, fate solo Calle Real, lì dove le due piazze, distanti appena 200 metri, si “guardano”). Non manca poi il castillo de los Guzmán (da giugno a settembre dalla domenica al venerdì dalle 10 alle 22 e il sabato dalle 10 alle 14 e da ottobre a maggio dalle 10 alle 14 e dalle 15 alle 18; ingresso 4 euro). Fuori dalle mura invece il paese perde tutto il suo fascino, tutta la sua antica identità.

(Il Pinguino ha dormito all’hotel La Pinta di Palos de la Frontera, www.hotellapinta.com, spendendo 50 euro a notte per la camera doppia)

di Guido Barella

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